TRANSIT-3
a cura
di Adriana Rispoli| Eugenio Viola| Maayan Sheleff
Museo Madre, Napoli 23.10.09 | 30.11.09
CCA – The Center for Contemporary Art, Tel Aviv,
10.10.09 | 30.01.10
Transit 3 è la terza tappa dell’omonimo
progetto che connette giovani artisti napoletani con artisti provenienti da
città del bacino mediorientale. Dopo l’esperienza al Cairo e ad Istanbul (dove
Transit 2 è visitabile fino al 9 novembre negli spazi di PiST///), il Madre si
gemella con Tel Aviv attraverso il lavoro della napoletana Raffaella Crispino e
dell’ israeliana Eden Bannet.
Come già sperimentato, il progetto si
struttura in due tempi e due spazi diversi: la prima tappa nella Project Room
del Museo Madre dal 23 Ottobre al 30 Novembre, la seconda al CCA di Tel Aviv
dal 10 dicembre al 30 gennaio 2010.
Seppur con linguaggi ed estetiche diverse,
l’occhio “voyeuristico” delle due artiste evidenzia una serie di contraddizioni
che accomunano le due città mediterranee: sacro e profano, joie de vivre e
fascinazione per il senso della morte, povertà e ricchezza, antico e moderno.
Bannet interpreta in maniera ironica il ruolo
di “artista-turista”, dotato di occhio critico e del distacco necessario per
cogliere contraddizioni e fascinazioni di realtà lontane. Introduce nel suo
straniante modus operandi con The Beginning: The Artist is born in her Hotel
Room, un video realizzato prima ancora di conoscere la città nel quale
l’artista “assapora” il caos partenopeo dall’interno: la sua camera d’albergo
diviene incubatrice delle proprie attese. Luminosa, a tratti surreale, la
stanza non è altro che un contenitore di significati passeggeri. Un
“contenitore” alla stregua del museo che si carica di significato attraverso il
“transito” dell’artista. Una strategia smaterializzante il cui contraltare
materico sono i frottage dei tombini che tempestano le strade di Napoli, frutto
di una serie di “performance quotidiane” dell’artista nelle strade cittadine.
Il tombino da simbolo del degrado socio- urbanistico diviene botola / diaframma
/ accesso misterioso ad un'altra città, caricandosi di valenze estetiche
inaspettate. La stratificazione di Napoli, frutto della sua storia millenaria,
è uno degli aspetti di maggiore fascinazione per l’artista israeliana che
instaura un rapporto viscerale con i suoi abitanti e con il sottosuolo, così
denso di intrighi e misteri.
Interessata al significato intrinseco dei
materiali e alla storia “nascosta” degli oggetti, Bannet crea sculture con
objet trouvé che attivano una osmosi tra la vita caotica della città e
l’apollinea tranquillità della struttura museale: l’Artemide di Efeso del
vicino Museo Archeologico è trasformata in una installazione precaria e
ironica.
Diversamente, Raffaella Crispino rintraccia
la compresenza di elementi contrastanti in un delicato affresco desaturato. La
luce abbagliante del Sud che si alterna ai flash dei turisti al Santo Sepolcro
e allo scintillio dei tessuti nelle strade di Tel Aviv, diviene il filo
conduttore di un racconto per immagini di grande suggestione. “Abbaglio fisico
e culturale” (R.C.) in una città che sembra vivere intensamente ogni momento,
in cui la fiera gioventù - quasi dei balilla - si allena sulle spiagge, mentre
non lontano la fila al check-point ci catapulta in una dimensione completamente
diversa. Spira, complice l’uso sapiente delle inquadrature e di un b/n
fortemente chiaroscurato, una atmosfera di sospensione, di attesa, di una
atemporalità memore del migliore cinema italiano. Accompagnati prima dalle note
di “The voice of Peace”, stazione radio che dal 1973 al 1993 trasmetteva da una
barca al largo di Tel Aviv, e poi da un suono cupo, inquietante e profondo -
manipolazione del jingle di quella stessa stazione - il video restituisce la
sensazione, a tratti angosciante, che può dare un soggiorno in Terra Santa, in
cui il rumore degli elicotteri si alterna a quello dei ventilatori nei locali
per turisti, la santità di Gerusalemme alla cicatrice del muro di Betlemme che separa
Israele e Palestina. Completa l’installazione dell’artista una serie di disegni
di oggetti le cui misure sono riportate come in una catalogazione militare,
testimonianza delle cose che i Palestinesi portano con sé attraverso i
“gate-cage” (R.C), gli angusti varchi dei check-point che collegano i due
paesi.

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